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22 novembre 2019


40 anni di lotte antinucleari fascia jonica

FASCIA JONICA - 40 ANNI DI LOTTE ANTINUCLEARI

19 settembre 2018

I Comitati antinucleari pugliesi-lucani e i cobas organizzano una due giorni a Nova Siri il 22 e 23 settembre a 40 anni dal primo campeggio antinucleare dell’agosto del 1978

IL MANIFESTO DELL’INIZIATIVA

Le cronache quotidiane italiane sono piene di notizie che riguardano la devastazione del territorio. Che si tratti di grandi opere, di incuria o speculazione, non passa giorno in cui non si abbia notizia di un’alluvione, di un crollo o di una contaminazione dovuti ad attività antropico-industriali che mettono a rischio la salute collettiva ed ambientale.

La memoria storica è uno strumento indispensabile per le attuali e future generazioni, per la continuità politica delle lotte e delle conquiste.

Lungi dal voler significare un mero ricordo di quel periodo storico, la due giorni di Nova Siri intende invece, senza pretese, affermare l’attualità di quelle lotte.

Il movimento antinucleare ha radici profonde; esso fu il primo a spostare negli anni ‘70 l’attenzione a livello internazionale sul nesso esistente tra l’uso del territorio e lo sfruttamento dell’energia, tra le logiche del profitto e quelle dello sviluppo. La “due giorni di Nova Siri” vuole dare un contributo in questa direzione a 40 anni dal primo campeggio antinucleare in Basilicata che, insieme a Montalto di Castro, aprì di fatto la stagione delle lotte contro le centrali nucleari costruite o da costruire.

La questione nucleare riveste un ruolo molto particolare. Essa interessa a largo spettro il campo militare, civile ed ambientale in genere. Basti pensare come il pressante mercato dell’energia renda completamente asserviti interi territori. L’energia padrona, spesso inutile per intere popolazioni, serve essenzialmente per alimentare discutibili processi produttivi, a loro volta fonti di disastri di ogni tipo: le mega discariche ne rappresentano l’esempio più eclatante.

La vittoria del primo referendum nell’87 ha permesso la chiusura delle centrali elettronucleari esistenti, un “limite sostanziale” al nucleare militare e continui anche se contraddittori cambiamenti dei programmi e dei progetti energetici. Nel 2003, la mobilitazione di Scanzano Jonico, in Basilicata, blocca la proposta berlusconiana della costruzione di un deposito nazionale di scorie nucleari. Successivamente, nel 2011 è stato vinto il secondo referendum, rispedendo al mittente gli interessi strategico-nazionali dei mega progetti berlusconiani per riprendere lo sfruttamento dell’energia nucleare. Quasi sicuramente Chernobyl e Fukushima… potrebbero non bastare!

Nel 2014 il governo renziano, pressato dalle normative europee, insiste sul progetto di un mega deposito nazionale di scorie radioattive; a distanza di quattro anni, però, tutto sembra apparentemente fermo, infatti, ad oggi, la Sogin non ha ancora pubblicato la Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (CNAPI).

Inoltre non è dato sapere come l’attuale governo lega-stellato affronterà queste tematiche.

Non ci vuole molto a capire che non è solo un problema di “capacità e competenze”. Quando ci sono enormi interessi da tutelare, anche sovranazionali, e i dividendi delle multinazionali non sono ancora definiti, i territori e le popolazioni si troveranno a subire le liti dei potenti.

A quaranta anni di distanza dai primi campeggi antinucleare, il problema delle scorie nucleari non è stato ancora risolto. In Italia, quasi in tutte le regioni, sono presenti pseudo depositi provvisori di rifiuti radioattivi, compresi quelli di origine sanitaria. Gli stoccaggi più gravosi si trovano in Piemonte, in particolare a Saluggia, e in Basilicata nella Trisaia di Rotondella, proprio a due passi da Nova Siri. Da menzionare anche quelli fuori territorio nazionale, in Francia ed Inghilterra, con relativi costi per il riprocessamento, … e tutti quelli che … non è dato sapere.

Ad oggi in Italia rimane la beffa che grava sulla "cara bolletta elettrica" che contempla, ancora a distanza di 30 anni dalla loro chiusura, il costo delle centrali nucleari, aggiunto a quello per la loro messa in sicurezza. Lo stesso decomissioning risulta a tutt'ora irrealizzato dal carrozzone mangiasoldi Sogin, a cui è stata affidata anche la gestione del sospirato "deposito nazionale di scorie nucleari". Questi costi insieme a quelli del fermo delle numerose centrali a olio combustibile+gas e agli incentivi destinati alle inquinanti centrali geotermiche e a biomasse ricadono sempre in bolletta.

Dalle servitù petrolchimiche, comprese le trivellazioni selvagge per mare e per terra, ai gasdotti transnazionali (Tap e East Med), dalla enorme diffusione di impianti eolici e fotovoltaici alla moltiplicazione delle discariche, dai ricatti occupazionali e di salute dei mega mostri industriali e lo sconvolgimento delle economie agricole autoctone, questa due giorni vuole essere un passo in avanti contro l’odierna strategia energetica fatta ancora di fonti fossili.

Pertanto invitiamo le popolazioni e i comitati che si oppongono all'energia padrona e alle grandi opere, a prendere parte attiva all'iniziativa del 22-23 settembre a Nova Siri, per costruire un fronte comune ed unire quelle forze capaci di incidere nella presente realtà come lo fu il vincente Movimento Antinucleare degli anni '80.

Programma:

sabato 22 settembre: mattino ripresa della memoria storica delle battaglie antinucleari; pomeriggio attualità dei programmi nucleari civili e militari, con interventi dei comitati, con successivi filmati e mostre fotografiche del tempo;

domenica 23 settembre: interventi dei comitati presenti sulle varie vertenze territoriali per sviluppare battaglie future contro i combustibili fossili e l'attuale modello di sviluppo legato all'energia padrona


.la nostra nota

FASCIA JONICA - 40 ANNI DI LOTTE ANTINUCLEARI

Sono passati esattamente 40 ani da quando sulla fascia jonica le comunità si opposero all’ampliamento del sito itrec e di una ipotetica centrale nucleare sul Sinni e un deposito di scorie nucleari a Craco, poi ci fu Scanzano nel 2003 coinvolgendo in questa battaglia per la difesa del territorio e della propria esistenza ben tre generazioni.

Noscorie Trisaia


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20 agosto 2016


Noscorie ribadisce: per la tutela di ambiente e salute serve legge regionale per la riduzione degli inquinanti

nOSCORIE TRISAIA 17 AGOSTO 2016 Cerchiamo di chiarire un concetto: non possiamo avere una tutela dell’ambiente e della salute pubblica se immettiamo nell’ambiente sostanze inquinanti in aria, acqua o suolo solo perché la legge lo permette. Le normative ambientali attuali anche se considerate da alcuni severe restano pura teoria in confronto ad una riduzione fisica degli inquinanti alla fonte. L’impatto ambientale si limita nelle attività industriali e agricole riducendo i residui e gli inquinanti alla fonte nei processi industriali e non avendo solo ottimi monitoraggi che ci dicono che tutto è nei limiti di legge, che è legale e che possiamo stare tranquilli. I processi industriali devono essere sostenibili e non solo legalizzati, la legge deve tutelare in primis le popolazioni, le comunità, i lavoratori e solo dopo il profitto o la produzione. Le risorse della terra sono in esaurimento e da quest’anno è come se le avessimo chiesto in prestito dagli anni futuri ( in una banca chiamata terra dove nessuna deposita ma tutti prelevano) http://www.lastampa.it/2015/08/13/scienza/ambiente/focus/la-terra-da-domani-inizia-a-consumare-le-riserve-del-QpZtWNWczRYg8h2oqD02FL/pagina.html Su una legge regionale lucana sui limiti di emissione e i processi sostenibili abbiamo riempito i verbali dei tavoli della trasparenza regionali sul nucleare da circa 8 anni, le pagine dei giornali, del web e le tappe dello smemorandum in camper del 2011 di Noscorie Trisaia e Ola. Lo ripetiamo per l’ennesima volta Il consiglio regionale della regione Basilicata deve varare una legge che abbassa i limiti di emissioni inquinanti obbligando le aziende a rivedere i propri processi industriali e attivando sui camini e su tutti gli scarichi in acqua dei sistemi di monitoraggio in continuo. Questo limiterebbe anche la spesa regionale delle agenzie dell’ambiente sui monitoraggi che grava purtroppo sui cittadini e non sulle imprese. Una legge regionale che limita l’immissione in atmosfera del H2s (il pericoloso Idrogeno solforato) è necessaria per portare il limite attuale per l’industria petrolifera pari a 25 parti per milione a quello consigliato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità pari a 0,00 5 parti per milione, ossia 5000 volte inferiore. Stesso discorso vale per le diossine, i furani, per la radioattività e per tutti gli inquinanti pericolosi per la salute pubblica, l’ambiente e la catena alimentare. La stessa attività è stata fatta già all’Ilva di Taranto, dove la Regione Puglia ha abbassato i limiti della diossina ai migliori standard europei e imposto il monitoraggio in continuo sui camini http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/home/100997/diossina-la-regione-puglia-abbassa-i-limiti-di-emissioni.html (non capiamo perché non lo debba fare la Regione Basilicata). Il neo assessore all’ambiente R.B. Pietrantuomo se vuole ricucire un rapporto con la comunità diversamente dai suoi predecessori ha la possibilità di cambiare le regole sulla tutela dell’ambiente in ottica di trasparenza e partecipazione democratica. http://www.regione.basilicata.it/giunta/site/giunta/detail.jsp?sec=100133&otype=1012&id=3014857&value=regione L’intervento sui processi industriali per ridurre gli inquinanti potrebbe avere dei costi per le aziende che comunque accedono sempre a fondi UE, ma la salute (compresa quella dei lavorati interni di cui si dovrebbe occupare il sindacato) e la tutela dell’ambiente non possono essere secondi al profitto.


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20 agosto 2016


ISPRA CONSUMO DI SUOLO : POLICORO E CORLETO GUIDANO LE CLASSIFICHE

      NOSCORIE TRISAIA 24luglio 2016 Cemento e petrolio (ideologici per qualcuno) hanno un impatto diretto e immediato nel consumo del suolo, a dirlo sono le classifiche Ispra sul consumo del suolo del 2016 (anno 2015) dove Policoro (cemento) e Corleto (attività petrolifera) guidano le classifiche. Consumare suolo significa modificare lo stato o la vocazione territoriale o gli ecosistemi naturali con altre attività impattanti . Cui prodest il consumo del suolo ? E cosa provoca ? Di certo a Policoro non ha giovato a chi non ha una prima casa o a chi non ha i soldi necessari per costruirsela, perché Policoro è diventata una citta delle seconde case al mare. Non ha giovato ulteriormente al turismo perché negli ultimi anni non si sono creati ulteriori nuovi alberghi o posti letto che facciano girare una economia lavorativa ed economica collegata. Non ha giovato nemmeno a chi una casa se l’è fatta in quanto la gestione dei famosi comparti edilizi creati a macchia d’olio è stata fatta in modo disorganizzato e non a garanzia dell’acquirente. Vedi urbanizzazioni non realizzate, realizzate male, dove i cittadini pagano le tasse e non hanno i servizi, nonostante il comune percepisca le tasse in alcuni casi non riconosce nemmeno le abitabilità.Ma tutto questo cosa provoca ? La prima vittima del consumo del suolo è il paesaggio , la bellezza dei luoghi naturali e soprattutto quella vicino alle coste sarà definitivamente modificata dal cemento. La volumetria o l’impiego di cemento guida l’architetto nella costruzione della casa mentre l’impatto estetico o i materiali naturali restano nei testi scolastici universitari. La seconda vittima che però sarà la più spietata nel riprendersi quello che gli è stato tolto sarà il territorio . Il cemento nel distruggere i luoghi naturali provoca dissesto idrogeologico ,il defluire delle acque aumenta la portata dei corsi d’acqua vicino ai centri abitati, il cemento impedisce l’impermeabilizzazione del terreno e con le bombe d’acque e le ultime variazioni atmosferiche crea le emergenze. In merito qualcuno ci spieghi perché Policoro ad anni alterni va in emergenza-protezione civile per allagamenti delle aree abitate costiere ,dove i canali ingrossati dalle piogge non riescono a defluire verso il mare ed esondano. La terza vittima è la produttività agricola dei terreni, il cemento utilizzato vicino le aree costiere aumenta la salinità e ne limita la produzione ,in quanto le barriere naturali degli ecosistemi sono eliminati . Anche l'erosione costiera è alimentata dalla cementificazione .Chi realizza benefeci sul consumo del suolo ? sicuramente pochi individui facilmente individuabili . Da un punto di vista economico però un ettaro di terreno cementato produrrà nell’arco di 100 anni (periodo medio di durata del cemento) sicuramente molto meno di una attività agricola ,con lo svantaggio di aver distrutto il paesaggio ,il territorio e generato altri danni. Mentre L’Istituto superiore per la protezione ambientale lancia l’allarme bisogna agire per un reale contenimento del consumo di suolo, soprattutto nelle aree costiere ,a rischio idrogeologico o sismico, partendo da una programmazione nei comuni e nelle Regioni con strumenti utili , promuovendo una futura edilizia sociale ,sostenibile ,di qualità verso l’uso delle risorse naturali ed evitando altro sfruttamento petrolifero dei territori.    


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6 febbraio 2016


Trivelle Jonio: il governo Renzi evita il referendum e riperimetra e punta al cuore e alla costa del Mar Jonio

5 febbraio 2016 [di No Scorie Trisaia] L‘UNMIG, l’ufficio del ministero dello sviluppo economico sul BUIG del mese di Gennaio 2016 ha pubblicato in estratto 27 provvedimenti di rigetto parziali e totali (alcune riguardanti anche il mar Jonio) di istanze di permesso di prospezione, di permesso di ricerca e di concessione di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi nei mari italiani, in particolare sotto le 12 miglia . (http://unmig.mise.gov.it/unmig/buig/60-1/60-1.pdf) Si evince chiaramente l’intenzione del governo Renzi di evitare il referendum No Triv sotto le 12 miglia. Nel mar Jonio spariscono alcune istanze in quanto rigettate definitivamente (che come movimento avevamo seguito dal lontano 2008/2009) come la DR 148 dell’Appennine sulla battigia tra Nova Siri e Metaponto, l’istanza DR 151 antistante i comuni calabresi di Roseto e Amendolara che interessava proprio l’area della secca di Amendolara. Chiuso il procedimeto e rigetto per l’istanza di concessione D6 nel porto di Corigliano , già area interessata dall’ex DR 150 ora diventata permesso di ricerca DR74AP. Il governo riperimetra sopra le 12 miglia per lasciar trivellare alle compagnie petrolifere il cuore dello Jonio nello specifico :il permesso di ricerca Shell D73 collegata alla D 74 ,l’istanza D68 della Transunion proprio di fronte il comune jonico lucano di Policoro. Resta l’istanza di ricerca D92 dell’Enel Longanesi collegata al permesso di ricerca D79 della stessa Enel Longanesi. Resta intatta la DR74 AP, il permesso di ricerca dove dalla terra si vuole trivellare il mare sotto le 12 miglia alla foce del Crati sulla costa di Sibari .L’istanza di prospezione della Schlumberger D3 non è menzionata, quindi resta cosi com’era in fase di istruttoria VIA al Ministero dell’Ambiente Il cuore dello Jonio, anche se sopra le 12 miglia, resta obiettivo delle compagnie petrolifere anche se è ben visibile da diversi angoli della costa, in quanto si tratta di un golfo (ci aveva provato già la Prestigiacomo a suo tempo dopo il grave incidente del golfo del Messico). Le riperimetrazioni e le altre attività del governo Renzi porteranno sicuramente a contenzioni nei confronti del governo da parte delle compagnie petrolifere ma anche da parte dei cittadini e istituzioni locali intese a difendere il proprio territorio e il proprio mare , alla fine non vorremmo assolutamente che le scelte sbagliate dei governi su una politica fossile (energeticamente a tempo determinato e senza futuro ) ricadano sulle tasche dei cittadini. Cio non toglie che se anche il governo eviterà il referendum No Triv sotto le 12 miglia non potrà non confrontarsi con i cittadini sul referendum sulla costituzione e sul titolo V che toglie potere alle regioni in tema di energia e che si svolgerà ad Ottobre”. NEWS SU: http://www.olambientalista.it/?p=41933&cpage=1#comment-693777


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6 febbraio 2016


No Scorie Trisaia: Renzi pubblichi la Carta delle Aree Potenziali (CNAPI)

16 gennaio 2016 [di No Scorie Trisaia] “Il premier Renzi prima di venire a Matera entro Gennaio per di parlare di cultura, di Sblocca Italia, trivelle 2019 per tutta la Basilicata e il mar Jonio, faccia pubblicare la Carta delle aree potenzialmente idonee ad ospitare il deposito nazionale di scorie nucleari (CNAPI). Per il rispetto delle comunità italiane e per un percorso di condivisione e trasparenza , affinchè le stesse non si vedano imposte politicamente il deposito nazionale sulla falsa riga di come è già avvenuto purtroppo in Spagna (http://www.olambientalista.it/?p=41112) . Non siamo solo noi a chiederlo, il presidente Bratti della commissione bicamerale su ciclo dei rifiuti non ha risparmiato critiche verso il governo per la mancata pubblicazione della Carta dei siti CNAPI . http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/10/06/scorie-nucleari-parla-bratti-troppi-ritardi-sul-deposito-nazionale-renzi-deve-rispettare-la-legge/2099234/ La Sogin, la società pubblica incaricata di realizzare il deposito nazionale aveva stabilito un percorso partecipativo per la sua localizzazione e realizzazione in virtù della legislazione vigente, percorso che a nostro giudizio doveva però essere condiviso a priori con i comuni italiani (cosa che non è stata fatta). Lo stesso percorso partecipativo previsto dalla stessa Sogin si è fermato sulla pubblicazione della CNAPI (Carta Nazionale Aree Potenzialmente Idonee) che era prevista già per metà 2015 da parte del governo . http://www.sogin.it/it/Chi-siamo/Deposito-Nazionale-Parco-Tecnologico/Pages/Deposito-Nazionale-e-Parco-Tecnologico.aspx Ci sono stati diversi convegni e incontri di piazza con l’Osservatorio Jonico Indipendente sul deposito nazionale di scorie nucleari (OJI DNSN) insieme ai comitati e associazioni locali partendo da Matera a Gennaio 2015, Altamura, Venosa per discutere con i cittadini sulle probabili aree interessate e spiegare cos’e il deposito nazionale di scorie nucleari, già venduto mediaticamente come opportunità e sviluppo per i territori. (http://www.olambientalista.it/?s=oji+dnsn&x=0&y=0 ) Nel novembre 2014 analizzando le vecchie mappe del 2010 sulle aree potenziali per la realizzazione del deposito (mappe pubblicate dai quotidiani e smentite poi da Sogin), i criteri Ispra sulla localizzazione del deposito, le regioni potenzialmente interessate negli anni e le vicende storiche del nucleare civile e militare meridionale lanciammo come Noscorie Trisaia l’alert sul rischio che deposito nucleare potrebbe essere realizzato tra i comuni dell’Alta murgia e Matera. http://www.olambientalista.it/?p=35228 L’Italia non cambia nel tempo le sue caratteristiche fisiche e geologiche, semmai cambiano i criteri tecnici e scientifici per la localizzazione del deposito nazionale, in altre parole i criteri Ispra pubblicati a fine 2014. Molti comuni lucani della fascia Jonica hanno già deliberato da tempo contro l’ipotesi di realizzare il deposito nazionale nei propri territori, il primo fu proprio il comune di Craco. Il 14 gennaio 2016 dovrebbero riunirsi i consigli comunali di Matera e dei comuni dell’Alta Murgia per discutere un ordine del giorno sulla questione. http://www.gravinalife.it/notizie/l-alta-murgia-dice-no-alle-scorie-nucleari/ Chi invece ancora non ha messo ancora nero su bianco in una delibera di consiglio regionale, al di là delle intenzioni e dei proclami fatti sulla stampa di non ospitare il deposito nazionale di scorie nucleari è proprio la Regione Basilicata, né ci risultano atti pubblicati dai parlamentari di governo lucani nei confronti del governo Renzi sulla questione deposito nazionale”.


8 ottobre 2015


No Scorie Trisaia: l’acqua è bene pubblico strategico, insegnano le guerre

4 giugno 2015 E’ dell’ultima ora la notizia che l’ISIS ha chiuso le condotte di una diga ,quella di Ramadi sull’Eufrate, il governo locale chiede aiuto. Si parla di allarme umanitario nella regione dell’Anbar ,a rischio milioni di abitanti al confine con la capitale Bagdad. Nei paesi del petrolio i pozzi passano in secondo piano e quello che preoccupa ora è l’acqua. Assetare milioni di persone significa “tragedia umanitaria”, molto di piu di quanto possano fare le bombe. E anche i media italiani ,rispetto ai governi e alle istituzioni poco attente parlano ora di acqua come risorsa strategica. Ed è di bene pubblico strategico che si deve parlare soprattutto in Basilicata (bacino idrico che soddisfa tre regioni e milioni di abitanti) da tutelare, proteggere ed evitare di mettere a repentaglio con le estrazioni petrolifere. La scelta è obbligata dalla natura e non piu dall’uomo . Svegliarsi al mattino e non trovare l’acqua? Quante volte anche nei piccoli comuni lucani si verifica questo problema? E’ capitato .Non ultime le vicende di Ferrandina, dove sono intervenute persino le forze dell’ordine per l’accaparramento di qualche bottiglia di acqua al supermercato. La sensazione che si prova è sicuramente drammatica e si resta inerme di fronte a tale situazione, molto di più se hai finito la benzina nell’automobile o se non funziona il riscaldamento. La Carta di Milano per avere un ulteriore valore umanitario avrebbe dovuto definire le aree del pianeta ricche di acqua aree Free (Libere) da qualsiasi attività industriale, petrolifera e potenzialmente inquinante. Dove c’è acqua non si trivella, non si produce inquinamento e si fa di tutto per trasformarle in oasi a disposizione dell’umanità. Ribadiamo che neanche i più potenti capi di governo del mondo, con le migliori università e scienziati al seguito siano in grado di trovare in natura una molecola d’idrogeno e 2 di ossigeno puro per creare una goccia di acqua. Nel paese del petrolio che ha scatenato sempre guerre a livello mondiale ora si parla di tragedia umanitaria per mancanza di acqua e sono tutti molto preoccupati per il semplice emotivo che senz’acqua non hanno soluzioni. link: http://www.corriere.it/esteri/15_giugno_03/iraq-isis-chiude-diga-ramadi-rischio-tragedia-umanitaria-44345510-09d2-11e5-b7a5-703d42ecd92c.shtml


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8 ottobre 2015


Basilicata all’EXPO: “tutela acque… no propaganda !”

2 maggio 2015 [di No Scorie Trisaia] L’acqua si tutela, non si propaganda, non fa audience se non la proteggi. L’acqua non s’imbottiglia per pochi, perché è di tutti. Troppo bello sarebbe stato presentare al mondo nell’Expo la risorsa strategica acqua della Basilicata e un nuovo modello di sviluppo per la produzione di cibo legato all’acqua. La Basilicata sarebbe stata una delle regioni prime al mondo se avesse portato all’Expo un esempio di tutela delle acque, da copiare ed esportare in tutto il pianeta per la produzione del cibo, mentre sarà purtroppo presa come esempio da non perseguire, cosi some stano facendo le altre regioni meridionali in tema di sfruttamento petrolifero del territorio . La cruda realtà dimostra che la tutela dell’acqua in Basilicata lascia a desiderare, in quanto ancora le istituzioni non danno ormai (possiamo dire circa da anni) esaurienti risposte sul caso dell’inquinamento del Pertusillo, Basento o delle acque anomale di Montemurro. Tanto che i cittadini e comitati sono costretti a difendere il bene comune facendo analisi a proprie spese e denunce sulla mancata tutela anche alle istituzioni europee. L’acqua vale molto di più del catrame a termine che arricchisce pochi e lascia ai territori i danni derivanti dall’insostenibilità dell’estrazione petrolifera. Non è giustificabile per un barile di catrame il consumo di otto di acqua che diventano rifiuti potenziali nella sola fase di estrazione .Non trova ragioni il fatto che si vorrebbe trivellare nelle aree e nelle prossimità delle sorgenti , per il semplice fatto che l’acqua rischierebbe di non sgorgare più. I fiumi non si lasciano inquinare, come accade per il Basento o nella cruda realtà per l’ultimo caso d’inquinamento del fiume Cavone che sfocia sull’arenile Jonico. I bacini idropotabili come il Pertusillo non si lasciano inquinare da idrocarburi e metalli pesanti per poi portare acqua a milioni di persone, milioni di attività economiche nella produzione del cibo, dei prodotti agroalimentari o industriali Già il cibo, come lo nutriremo il pianeta se lasciamo inquinare l’acqua ? come sfameremo tutti ? con le bistecche al catrame a termine ipotizzate da qualche scienziato, e a quali costi ? speseexporb(1) cliccare per ingrandire I veneti si stanno preparando all’expo con le loro imprese da oltre un anno per promuovere ciò che la loro terra produce, http://www.expoveneto.it/it/rassegna-stampa. A lato trovate il piano di spesa Expo della Regione Basilicata in milioni di euro: tanta comunicazione, video (anche con la RAI ), pubblicità e tanta propaganda sull’acqua. Eppure la filiera dell’acqua che crea però il famoso cibo lucano in questo piano ci sfugge e non riusciamo a intravederla ,come non vediamo l’agroalimentare o il biologico made in Basilicata. Nutriamo il pianeta, forse ? L’Expo intanto ha avuto precedenza su altre opere pubbliche al Sud. La famosa Carta di Milano per avere un ulteriore valore umanitario dovrebbe definire le aree del pianeta ricche di acqua aree Free (Libere) da qualsiasi attività industriale, petrolifera e potenzialmente inquinante .Dove c’è acqua non si trivella ,non si progetta di trattare rifiuti (non ultimo il caso della diga di Senise) e si cerca di non produrre alcun inquinamento. Sfidiamo i più potenti capi di governo del mondo, con le migliori università e scienziati al seguito per trovare in natura una molecola d’idrogeno e 2 di ossigeno puro per creare una goccia di acqua. Goccia d’acqua che ora la natura ci dà gratuitamente e che dovremmo tutelare e forse anche meritarci”.


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17 maggio 2015


Diga di Senise: osservazioni No Scorie e Med No Triv contro il mega impianto dei rifiuti

11 aprile 2015 Noscorie Trisaia e Med No Triv hanno presentato le proprie osservazioni contro il procedimento di Valutazione di Impatto Ambientale-Regione Basilicata del mega impianto di trasformazione di rifiuti da indifferenziato e differenziato in CSS da incenerire e localizzato proprio sulla diga di Senise. Il progetto in oggetto proposto dalla Nep Italy è già stato oggetto di un finanziamento milionario da parte della Regione Basilicata, la società ha avviato di conseguenza le procedure di VIA per poterlo realizzare. L’impianto in oggetto V.I.A della Nep Italy srl di Senise prevede (da progetto.) a) attività di recupero (R13, R12 ed R3), ovvero produzione di CSS-Combustibile Solido Secondario, a partire dalla frazione solida urbana indifferenziata e da altri rifiuti secchi (imballaggi di origine urbana e speciale), per un flusso complessivo da trattare pari a circa 85.000 t/a corrispondenti a circa 275 t/g (Linea 1); b)attività di recupero (R13, R12, R5, R4 ed R3), ovvero valorizzazione dei rifiuti urbani non pericolosi provenienti da raccolta differenziata (compreso quelli di imballaggio oggetto di raccolta differenziata) e di rifiuti speciali non pericolosi, per un flusso da trattare di 15.000 t/a corrispondenti a circa 49 t/g (Linea 2); Stiamo quindi parlando di valori per la linea 1 pari a 275 t/g e linea 2 pari a 49 t/g per un totale pari a 324 t/g, valori equivalenti secondo i dati Ispra 2012 (371 Kg/ab) a oltre il 50% della produzione totale dei rifiuti della regione Basilicata (371 Kg/ab x 593.000 Ab /365 gg = circa 602 t/g ) . Una quantità enorme di rifiuti differenziati e indifferenziati che dovrebbe essere trattata a circa 1600 metri dal più grande invaso idropotabile d’Europa che da acqua per il potabile, agricoltura ,allevamento e industria a due regioni e milioni di abitanti. I rischi ambientali per le acque ,le produzioni e la salute degli abitanti nei pressi dell’impianto e a un km dall’abitato di Senise sono state ben evidenziate nelle ns osservazioni , e, non ci dilungheremo a elencarli. Mentre ci preme ricordare ai cittadini e ai sindaci che gli impianti che producono CSS come tanti altri in progetto in Basilicata nascono al di fuori di un piano regionale condiviso con tutti i comuni e i sindaci lucani da parte dell’assessore Berlinguer e del presidente Pittella. Questi impianti per questioni tecnico-logistiche porteranno ad aumentare i costi della TARSU pagata dai cittadini ,vanificheranno la differenziata e i costi che i comuni sostengono per realizzarla. L’impianto per la produzione di CSS proposto dalla Nep Italy srl a Senise risulta a ns. giudizio essere antieconomico e improponibile perché allunga il processo di smaltimento dei rifiuti in termini ambientali ,logistici ed economici. L’impianto altamente delocalizzato rispetto alla produzione dei principali comuni (stiamo parlando di volumi che vanno oltre il 50% della produzione della Basilicata) aumenterebbe nei costi ambientali e di smaltimento, la tassa rifiuti che pagano i cittadini. Un impianto di CSS aumenta i processi di lavorazione e smaltimento dei rifiuti, in quanto produce più passaggi logistici commerciali con relativo inquinamento, ecco perché inciderebbe sui costi della collettività. La produzione di CSS e l’incenerimento sono pratiche e soluzioni sconsigliate dall’Enea (Ente Nazionale Energie Alternative) proprio perché il recupero della differenziata e la relativa ottimizzazione dei costi si fanno con il riuso –riciclo della materia prima recuperata. In Basilicata manca un vero piano dei rifiuti regionale che prevede di recuperare a freddo tutto quello che i cittadini differenziano, ma si ricorre a smaltire parte delle frazioni differenziate direttamente in discarica o peggio ancora a utilizzare le parti secche (carta, plastica, legno) come CSS (combustibile solido secondario) per alimentare in genere forni di cementeria ,inceneritori o impianti definiti a biomassa. .La produzione di CSS non serve alla collettività in quanto la differenziata va recuperata singolarmente a freddo e non messa insieme in base al potere calorifero per poi bruciarla. Incenerire la differenziata prodotta dall’utenza pubblica-privata fa aumentare i costi verso il cittadino : • 1) Costi per differenziare; 2) Costi di smaltimento; 3) Perdita benefici CONAI ai Comuni per il recupero della materia a freddo ; 4) Costi in bolletta Cip 6 per gli inceneritori che producono energia; 5) Costi ambientali e sanitari che in futuro nessuno quantificherà (come accade per gli impianti industriali ) ;6) Costi elevati per la realizzazione degli impianti che in genere ricadono in parte sul finanziamento pubblico . Una buona differenziata raggiunge il 75%, ma con la tecnologia e la buona organizzazione territoriale si può andare oltre recuperando quasi tutta la materia prima a freddo ed eliminando il ricorso a discariche e inceneritori. Un impianto che non conviene a ns. giudizio neanche all’esercente che dovrebbe puntare a recuperare la materia a freddo e non a ricompattarla per poi bruciarla, perché rispecchia le esigenze dei comuni che difficilmente conferiranno la propria differenziata per farne del CSS, anche perché i cittadini che fanno la differenziata saranno i primi a opporsi.[No Scorie Trisaia – Med No Triv]


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17 maggio 2015


La Basilicata dica “No” ai profitti delle multinazionali e al TTIP

18 aprile 2015 TTPI[di No Scorie Trisaia] TTIP = Trattato di Liberalizzazione Commerciale Transatlantico. L’uomo e l’ambiente vengono prima dei profitti ed ogni popolo ha diritto ad autodeterminarsi in tema di sviluppo e utilizzo delle proprie ricchezze. I risultati di tante liberalizzazioni li vediamo già con le politiche agricole europee, che hanno penalizzato fortemente i nostri prodotti agricoli ,le nostre economie locali ,il nostro cibo e il nostro modo di vivere. Lasciare campo libero in economia alle multinazionali che possono influire sulle leggi e la giustizia di uno stato attraverso organismi internazionali che nascerebbero per gestire l’accordo transatlantico a fini commerciali e di business è un rischio che non possiamo permetterci di correre. Ne tantomeno nella nostra Basilicata dove abbiamo già l’esperienza di un governo che con la legge sblocca Italia favorisce le multinazionali petrolifere ai danni delle economie locali . E’ bene che le istituzioni locali, nazionali ed europee blocchino ulteriori operazioni commerciali di liberalizzazioni Europa – oltre oceano (ne abbiamo già tante a livello continentale ) che prevaricherebbero i diritti dei cittadini e tutte le altre problematiche inerenti la salute ,la tutela dell’ambiente e delle economie locali. Giorno 18 aprile ci sarà una giornata di mobilitazione nazionale contro questo progetto Europa-Usa , come movimento avvieremo a breve iniziative di sensibilizzazione per saperne di più:http://stop-ttip-italia.net/ Che cos’è il TTIP? Il TTIP è un trattato di liberalizzazione commerciale transatlantico, ossia con l’intento dichiarato di abbattere dazi e dogane tra Europa e Stati Uniti rendendo il commercio più fluido e penetrante tra le due sponde dell’oceano. L’idea sembrerebbe buona. Perché qualcuno lo definisce “pericoloso”? Condividiamo la definizione perché, in realtà questo trattato, che viene negoziato in segreto tra Commissione UE e Governo USA, vuole costruire un blocco geopolitico offensivo nei confronti di Paesi emergenti come Cina, India e Brasile creando un mercato interno tra noi e gli Stati Uniti le cui regole, caratteristiche e priorità non verranno più determinate dai nostri Governi e sistemi democratici, ma modellate da organismi tecnici sovranazionali sulle esigenze dei grandi gruppi transnazionali. I soliti “tecnici” che “rubano” il potere alla politica Infatti. Il Trattato prevede l’introduzione di due organismi tecnici potenzialmente molto potenti e fuori da ogni controllo da parte degli Stati e quindi dei cittadini. Il primo, un meccanismo di protezione degli investimenti (Investor-State Dispute Settlement – ISDS), consentirebbe alle imprese italiane o USA di citare gli opposti governi qualora democraticamente introducessero normative, anche importanti per i propri cittadini, che ledessero i loro interessi passati, presenti e futuri. Le aziende citerebbero gli Stati in tribunale Non solo; le vertenze non verrebbero giudicate da tribunali ordinari che ragionano in virtù di tutta la normativa vigente, come è già possibile oggi, ma da un consesso riservato di avvocati commerciali superspecializzati che giudicherebbero solo sulla base del trattato stesso se uno Stato – magari introducendo una regola a salvaguardia del clima, o della salute – sta creando un danno a un’impresa. Se venisse trovato colpevole, quello stato o comune, o regione, potrebbe essere costretto a ritirare il provvedimento o ad indennizzare l’impresa. Pensiamo ad un caso come quello dell’Ilva a Taranto, o della diossina a Seveso, e l’ingiustizia è servita. Una giustizia “privatizzata”, insomma Non è l’unica questione. Un altro organismo di cui viene prevista l’introduzione è il Regulatory Cooperation Council: un organo dove esperti nominati della Commissione UE e del ministero USA competente valuterebbero l’impatto commerciale di ogni marchio, regola, etichetta, ma anche contratto di lavoro o standard di sicurezza operativi a livello nazionale, federale o europeo. A sua discrezione sarebbero ascoltati imprese, sindacati e società civile. A sua discrezione sarebbe valutato il rapporto costi/benefici di ogni misura e il livello di conciliazione e uniformità tra USA e UE da raggiungere, e quindi la loro effettiva introduzione o mantenimento. Un’assurdità antidemocratica che va bloccata, a mio avviso, il prima possibile. Per chi è allora vantaggioso il TTIP? Il ministero per lo Sviluppo economico ha commissionato a Prometeia s.p.a. una prima valutazione d’impatto mirata all’Italia, alla base di molte notizie di stampa e interrogazioni parlamentari. Scorrendo dati e previsioni apprendiamo che i primi benefici delle liberalizzazioni si manifesterebbero nell’arco di tre anni dall’entrata in vigore dell’accordo: il 2018, al più presto. Il TTIP porterebbe, entro i tre anni considerati, da un guadagno pari a zero in uno scenario cauto, ad uno +0,5% di PIL in uno scenario ottimistico: 5,6 miliardi di euro e 30mila posti di lavoro grazie a un +5% dell’export per il sistema moda, la meccanica per trasporti, un po’ meno da cibi e bevande e da uno scarso +2% per prodotti petroliferi, prodotti per costruzioni, beni di consumo e agricoltura. L’Organizzazione mondiale del Commercio ci dice che le imprese italiane che esportano sono oltre 210mila, ma è la top ten che si porta a casa il 72% delle esportazioni nazionali (ICE – Sintesi Rapporto 2012-2013: “L’Italia nell’economia internazionale”). Secondo l’ICE, in tutto nel 2012 le esportazioni di beni e servizi dell’Italia sono cresciute in volume del 2,3%, leggermente al di sotto del commercio mondiale. La loro incidenza sul PIL ha sfiorato il 30% in virtù dell’austerity e della crisi dei consumi che hanno depresso il prodotto interno. L’Italia è dunque riuscita a rosicchiare spazi di mercato internazionale contenendo i propri prezzi, senza generare domanda interna né nuova occupazione. Quindi prima di chiudere i conti potremmo trovarci invasi da prodotti USA a prezzi stracciati che porterebbero danni all’economia diffusa, e soprattutto all’occupazione, molto più ingenti di questi presunti guadagni per i soliti noti. Danni potenziali che né la ricerca condotta da Prometeia né il nostro Governo al momento hanno quantificato o tenuto in considerazione. È vero che, nonostante l’enorme importanza della questione, il Parlamento europeo non abbia accesso a tutte le informazioni sul modo in cui si svolgono gli incontri e sullo stato di avanzamento delle trattative? Il Parlamento europeo, dopo aver votato nel 2013 il mandato a negoziare esclusivo alla Commissione – come richiede il Trattato di Lisbona – potrà soltanto porre dei quesiti circostanziati, cui la Commissione può rispondere ma nel rispetto della riservatezza obbligatoria in tutti i negoziati commerciali bilaterali, sempre secondo il Trattato, e poi avrà diritto di voto finale “prendi o lascia”, quando il negoziato sarà completato. Nel frattempo non ha diritto né di accesso né di intervento sul testo. I Governi stessi dell’Unione, se vorranno avere visione delle proposte USA, dovranno – a quanto sembra al momento – accedere a sale di sola lettura approntate nelle ambasciate USA (non si capisce se in quelle di tutti gli Stati UE o solo a Bruxelles, e non potranno nemmeno prendere appunti o farne copia. Un assurdo, considerata la tecnicità e complessità dei testi negoziali. Quali effetti potrà produrre l’accordo se verrà approvato nella sua forma attuale? Tutti i settori di produzione e consumo come cibo, farmaci, energia, chimica, ma anche i nostri diritti connessi all’accesso a servizi essenziali di alto valore commerciale come la scuola, la sanità, l’acqua, previdenza e pensioni, sarebbero tutti esposti a ulteriori privatizzazioni e alla potenziale acquisizione da parte delle imprese e dei gruppi economico-finanziari più attrezzati, e dunque più competitivi. Senza pensare che misure protettive, come i contratti di lavoro, misure di salvaguardia o protezione sociale o ambientale, potrebbero essere spazzati via a patto di affidarsi allo studio legale giusto e ben accreditato. Il TTIP produrrà dei rischi per i cittadini? Tom Jenkins della Confederazione sindacale europea (ETUC), nell’incontro con la Commissione del 14 gennaio scorso, ha ricordato che gli Stati Uniti non hanno ratificato diverse convenzioni e impegni internazionali ILO e ONU in materia di diritti del lavoro, diritti umani e ambiente. Questo rende, ad esempio, il loro costo del lavoro più basso e il comportamento delle imprese nazionali più disinvolto e competitivo, in termini puramente economici, anche se più irresponsabile. A sorvegliare gli impatti ambientali e sociali del TTIP, ha rassicurato la Commissione, come nei più recenti accordi di liberalizzazione siglati dall’UE, ci sarà un apposito capitolo dedicato allo Sviluppo sostenibile che metterà in piedi un meccanismo di monitoraggio specifico, partecipato da sindacati e società civile d’ambo le regioni. È il primo caso del genere? O c’è qualche “antenato”? Un meccanismo simile è entrato in vigore da meno di un anno tra UE e Korea, con la quale l’Europa ha sottoscritto un trattato di liberalizzazione commerciale molto simile anche strutturalmente al TTIP, facendo finta di non ricordare che come gli USA la Korea si è sottratta a gran parte delle convenzioni ILO e ONU. Imprese, sindacati e ONG che fanno parte dell’analogo organo creato per monitorare la sostenibilità sociale e ambientale del trattato UE-Korea, hanno protestato con la Commissione affinché avvii una procedura di infrazione contro la Korea per comportamento antisindacale, e ancora aspettano una risposta (http://goo.gl/82OLmh). Perché do vremmo pensare che gli USA, molto più potenti e contrattualmente forti si dovrebbero piegare alle nostre esigenze, considerando che sono tra i pochi Paesi che non si sono mai piegati a impegni obbligatori a salvaguardia della salute, o dell’ambiente come il Protocollo di Kyoto appena archiviato anche grazie alla loro ferma opposizione? Il TTIP può produrre danni per la salute? Faccio un solo esempio, basato sulla storia. Nel 1988 l’UE ha vietato l’importazione di carni bovine trattate con certi ormoni della crescita cancerogeni. Per questo è stata obbligata a pagare a USA e Canada dal Tribunale delle dispute dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) oltre 250 milioni di dollari l’anno di sanzioni commerciali nonostante le evidenze scientifiche e le tante vittime. Solo nel 2013 la ritorsione è finita quando l’Europa si è impegnata ad acquistare dai due concorrenti carne di alta qualità fino a 48.200 tonnellate l’anno, alla faccia del libero commercio. Sarà una coincidenza, ma in un documento congiunto dell’ottobre 2012 BusinessEurope e US Chamber of Commerce, le due più potenti lobby d’impresa delle due sponde dell’oceano, avevano chiesto ai propri Governi proprio di avviare una “cooperazione sui meccanismi di regolazione”, che consentisse alle imprese di contribuire alla loro stessa stesura (http://goo.gl/HlqhTc). Esistono alternative al TTIP? A cosa potrebbero aspirare i cittadini del mondo afflitti dall’attuale crisi economica? Da molti anni non solo movimenti, associazioni, reti sindacali ma anche istituzioni internazionali come FAO e UNCTAD, le agenzie ONU che lavorano su Agricoltura, Commercio e Sviluppo, richiamano l’attenzione sul fatto che rafforzare i mercati locali, con programmazioni territoriali regionali e locali più attente basate su quanto ci resta delle risorse essenziali alla vita e quanti bisogni essenziali dobbiamo soddisfare per far vivere dignitosamente più abitanti della terra possibili, potrebbe aiutarci ad uscire dalla crisi economica, ambientale, ma soprattutto sociale che stiamo vivendo, prevedibilmente, da tanti anni. Stiamo facendo finta di niente, continuando a percorrere strade, come quella della iperliberalizzazione forzata stile TTIP, che fanno male non solo al pianeta e alle comunità umane, ma allo stesso commercio che è in contrazione dal 2009 e non si sta più espandendo. Da quando la piena occupazione europea e statunitense, che con redditi veri e capienti sosteneva produzione e consumi globali, sono diventate un miraggio, anche la crescita dei popolatissimi Paesi emergenti, che hanno fatto la propria fortuna grazie alla commercializzazione del loro capitale ambientale e umano a prezzi stracciati e ad alti costi ambientali e sociali, non è riuscita più a sostenere il paradigma della crescita infinita che si è rivelato per quello che era: falso e insensato. I poveri, che crescono a vista d’occhio e devono lavorare oltre le 10 ore al giorno per un pugno di spiccioli, consumano prodotti poveri e sempre meno; i ricchi, che sono sempre più ricchi ma anche sempre meno, consumano tanto e malissimo, e non creano benessere diffuso. Abbiamo la grande opportunità di voltare pagina, e di tentare di dare a questo pianeta ancora un po’ di futuro, rimettendo al centro della politica i beni comuni e i diritti. Col TTIP, al contrario, ci chiuderemo le poche finestre di possibilità ancora aperte. Con la Campagna Stop TTIP, che raccoglie solo in Italia oltre 60 tra associazioni, sindacati, enti pubblici, cittadini e comunità, vogliamo fermare questa deriva e diffondere tutte le alternative possibili e più efficaci delle vecchie ricette fallimentari che continuiamo a subire.


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17 maggio 2015


Cittadini della Val d’Agri ancora come cavie in “giostre e catrame”

- 27 aprile 2015 Interviene No Scorie Trisaia sulla nuova offensiva mediatica di disinformazione sul petrolio, messa in campo dai mezzi Radiotelevisivi pubblici: “che il catrame e gli impianti industriali non portano turismo lo sanno anche le pietre . Guardare poi trasmisisoni di tg di Rai tre Basilicata che accostino energia con eolico e impianti petroliferi a uno sviluppo turistico in val d’Agri non è giustificabile , soprattutto quando certe notizie non sono supportate da dati statistici certi. TGR BASILICATA 26 04 15: i dati statistici certi in tema di turismo in Val d’Agri lì da invece l’Apt, e non ci sembra proprio che ci sia un incremento di turismo in val d’Agri, anzi sul quadro delle presenze negli ultimi 2 anni si registra circa un meno 25%, nonostante i forti investimenti fatti nel parco nazionale della Val d’Agri o nei prodotti tipici locali dell’agroalimentare. http://www.sistan.it/index.php?id=88&no_cache=1&tx_ttnews%5Btt_news%5D=2057&cHash=4f79c71151f367f5976c5ac093226005 Questo significa che i turisti fuggono da aree soggette a impianti di natura petrolifera che mal si coniugano con acqua, ambiente e turismo . Le pale eoliche, gli impianti petroliferi non rientrano negli obiettivi di un turismo culturale, naturalistico, culinario, scientifico e nemmeno in turismo energetico e/o scolastico, perché le tecnologie fossili appartengono al passato e non al futuro e gli stessi parchi eolici industriali se non integrati nell’ambiente potrebbero distruggere i paesaggi. Le scolaresche hanno bisogno di esempi sostenibili ,rinnovabili ma sopratutto innovativi. Innovazione che superi gli impatti ambientali e migliori la qualità della vita di tutti . Ne sarà mai possibile trasformare gli impianti petroliferi o le pale eoliche nelle giostre dei luna park affinché diventino delle attrazioni. Ne abbiamo mai visto le compagnie petrolifere e/o energetiche creare colonie estive/invernali per i propri dipendenti e famiglie al seguito per dimostrare che i propri impianti possono trasformarsi in attrattori turistici. Ci dispiace per gli abitanti della Val d’Agri, ma la loro condizione in questo momento è presa ad esempio dalle regioni vicine come esempio da non perseguire in tema di sfruttamento petrolifero nei territori. Ci dispiace ancora di più che i valligiani diventino le cavie da osservare per i reportage su come vive male in Val d’Agri più che essere attenzionati da potenziali turisti o da qualche istituto scolastico .[No Scorie Trisaia]


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