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20 agosto 2016


ISPRA CONSUMO DI SUOLO : POLICORO E CORLETO GUIDANO LE CLASSIFICHE

      NOSCORIE TRISAIA 24luglio 2016 Cemento e petrolio (ideologici per qualcuno) hanno un impatto diretto e immediato nel consumo del suolo, a dirlo sono le classifiche Ispra sul consumo del suolo del 2016 (anno 2015) dove Policoro (cemento) e Corleto (attività petrolifera) guidano le classifiche. Consumare suolo significa modificare lo stato o la vocazione territoriale o gli ecosistemi naturali con altre attività impattanti . Cui prodest il consumo del suolo ? E cosa provoca ? Di certo a Policoro non ha giovato a chi non ha una prima casa o a chi non ha i soldi necessari per costruirsela, perché Policoro è diventata una citta delle seconde case al mare. Non ha giovato ulteriormente al turismo perché negli ultimi anni non si sono creati ulteriori nuovi alberghi o posti letto che facciano girare una economia lavorativa ed economica collegata. Non ha giovato nemmeno a chi una casa se l’è fatta in quanto la gestione dei famosi comparti edilizi creati a macchia d’olio è stata fatta in modo disorganizzato e non a garanzia dell’acquirente. Vedi urbanizzazioni non realizzate, realizzate male, dove i cittadini pagano le tasse e non hanno i servizi, nonostante il comune percepisca le tasse in alcuni casi non riconosce nemmeno le abitabilità.Ma tutto questo cosa provoca ? La prima vittima del consumo del suolo è il paesaggio , la bellezza dei luoghi naturali e soprattutto quella vicino alle coste sarà definitivamente modificata dal cemento. La volumetria o l’impiego di cemento guida l’architetto nella costruzione della casa mentre l’impatto estetico o i materiali naturali restano nei testi scolastici universitari. La seconda vittima che però sarà la più spietata nel riprendersi quello che gli è stato tolto sarà il territorio . Il cemento nel distruggere i luoghi naturali provoca dissesto idrogeologico ,il defluire delle acque aumenta la portata dei corsi d’acqua vicino ai centri abitati, il cemento impedisce l’impermeabilizzazione del terreno e con le bombe d’acque e le ultime variazioni atmosferiche crea le emergenze. In merito qualcuno ci spieghi perché Policoro ad anni alterni va in emergenza-protezione civile per allagamenti delle aree abitate costiere ,dove i canali ingrossati dalle piogge non riescono a defluire verso il mare ed esondano. La terza vittima è la produttività agricola dei terreni, il cemento utilizzato vicino le aree costiere aumenta la salinità e ne limita la produzione ,in quanto le barriere naturali degli ecosistemi sono eliminati . Anche l'erosione costiera è alimentata dalla cementificazione .Chi realizza benefeci sul consumo del suolo ? sicuramente pochi individui facilmente individuabili . Da un punto di vista economico però un ettaro di terreno cementato produrrà nell’arco di 100 anni (periodo medio di durata del cemento) sicuramente molto meno di una attività agricola ,con lo svantaggio di aver distrutto il paesaggio ,il territorio e generato altri danni. Mentre L’Istituto superiore per la protezione ambientale lancia l’allarme bisogna agire per un reale contenimento del consumo di suolo, soprattutto nelle aree costiere ,a rischio idrogeologico o sismico, partendo da una programmazione nei comuni e nelle Regioni con strumenti utili , promuovendo una futura edilizia sociale ,sostenibile ,di qualità verso l’uso delle risorse naturali ed evitando altro sfruttamento petrolifero dei territori.    


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8 ottobre 2015


Basilicata all’EXPO: “tutela acque… no propaganda !”

2 maggio 2015 [di No Scorie Trisaia] L’acqua si tutela, non si propaganda, non fa audience se non la proteggi. L’acqua non s’imbottiglia per pochi, perché è di tutti. Troppo bello sarebbe stato presentare al mondo nell’Expo la risorsa strategica acqua della Basilicata e un nuovo modello di sviluppo per la produzione di cibo legato all’acqua. La Basilicata sarebbe stata una delle regioni prime al mondo se avesse portato all’Expo un esempio di tutela delle acque, da copiare ed esportare in tutto il pianeta per la produzione del cibo, mentre sarà purtroppo presa come esempio da non perseguire, cosi some stano facendo le altre regioni meridionali in tema di sfruttamento petrolifero del territorio . La cruda realtà dimostra che la tutela dell’acqua in Basilicata lascia a desiderare, in quanto ancora le istituzioni non danno ormai (possiamo dire circa da anni) esaurienti risposte sul caso dell’inquinamento del Pertusillo, Basento o delle acque anomale di Montemurro. Tanto che i cittadini e comitati sono costretti a difendere il bene comune facendo analisi a proprie spese e denunce sulla mancata tutela anche alle istituzioni europee. L’acqua vale molto di più del catrame a termine che arricchisce pochi e lascia ai territori i danni derivanti dall’insostenibilità dell’estrazione petrolifera. Non è giustificabile per un barile di catrame il consumo di otto di acqua che diventano rifiuti potenziali nella sola fase di estrazione .Non trova ragioni il fatto che si vorrebbe trivellare nelle aree e nelle prossimità delle sorgenti , per il semplice fatto che l’acqua rischierebbe di non sgorgare più. I fiumi non si lasciano inquinare, come accade per il Basento o nella cruda realtà per l’ultimo caso d’inquinamento del fiume Cavone che sfocia sull’arenile Jonico. I bacini idropotabili come il Pertusillo non si lasciano inquinare da idrocarburi e metalli pesanti per poi portare acqua a milioni di persone, milioni di attività economiche nella produzione del cibo, dei prodotti agroalimentari o industriali Già il cibo, come lo nutriremo il pianeta se lasciamo inquinare l’acqua ? come sfameremo tutti ? con le bistecche al catrame a termine ipotizzate da qualche scienziato, e a quali costi ? speseexporb(1) cliccare per ingrandire I veneti si stanno preparando all’expo con le loro imprese da oltre un anno per promuovere ciò che la loro terra produce, http://www.expoveneto.it/it/rassegna-stampa. A lato trovate il piano di spesa Expo della Regione Basilicata in milioni di euro: tanta comunicazione, video (anche con la RAI ), pubblicità e tanta propaganda sull’acqua. Eppure la filiera dell’acqua che crea però il famoso cibo lucano in questo piano ci sfugge e non riusciamo a intravederla ,come non vediamo l’agroalimentare o il biologico made in Basilicata. Nutriamo il pianeta, forse ? L’Expo intanto ha avuto precedenza su altre opere pubbliche al Sud. La famosa Carta di Milano per avere un ulteriore valore umanitario dovrebbe definire le aree del pianeta ricche di acqua aree Free (Libere) da qualsiasi attività industriale, petrolifera e potenzialmente inquinante .Dove c’è acqua non si trivella ,non si progetta di trattare rifiuti (non ultimo il caso della diga di Senise) e si cerca di non produrre alcun inquinamento. Sfidiamo i più potenti capi di governo del mondo, con le migliori università e scienziati al seguito per trovare in natura una molecola d’idrogeno e 2 di ossigeno puro per creare una goccia di acqua. Goccia d’acqua che ora la natura ci dà gratuitamente e che dovremmo tutelare e forse anche meritarci”.


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17 maggio 2015


La Basilicata dica “No” ai profitti delle multinazionali e al TTIP

18 aprile 2015 TTPI[di No Scorie Trisaia] TTIP = Trattato di Liberalizzazione Commerciale Transatlantico. L’uomo e l’ambiente vengono prima dei profitti ed ogni popolo ha diritto ad autodeterminarsi in tema di sviluppo e utilizzo delle proprie ricchezze. I risultati di tante liberalizzazioni li vediamo già con le politiche agricole europee, che hanno penalizzato fortemente i nostri prodotti agricoli ,le nostre economie locali ,il nostro cibo e il nostro modo di vivere. Lasciare campo libero in economia alle multinazionali che possono influire sulle leggi e la giustizia di uno stato attraverso organismi internazionali che nascerebbero per gestire l’accordo transatlantico a fini commerciali e di business è un rischio che non possiamo permetterci di correre. Ne tantomeno nella nostra Basilicata dove abbiamo già l’esperienza di un governo che con la legge sblocca Italia favorisce le multinazionali petrolifere ai danni delle economie locali . E’ bene che le istituzioni locali, nazionali ed europee blocchino ulteriori operazioni commerciali di liberalizzazioni Europa – oltre oceano (ne abbiamo già tante a livello continentale ) che prevaricherebbero i diritti dei cittadini e tutte le altre problematiche inerenti la salute ,la tutela dell’ambiente e delle economie locali. Giorno 18 aprile ci sarà una giornata di mobilitazione nazionale contro questo progetto Europa-Usa , come movimento avvieremo a breve iniziative di sensibilizzazione per saperne di più:http://stop-ttip-italia.net/ Che cos’è il TTIP? Il TTIP è un trattato di liberalizzazione commerciale transatlantico, ossia con l’intento dichiarato di abbattere dazi e dogane tra Europa e Stati Uniti rendendo il commercio più fluido e penetrante tra le due sponde dell’oceano. L’idea sembrerebbe buona. Perché qualcuno lo definisce “pericoloso”? Condividiamo la definizione perché, in realtà questo trattato, che viene negoziato in segreto tra Commissione UE e Governo USA, vuole costruire un blocco geopolitico offensivo nei confronti di Paesi emergenti come Cina, India e Brasile creando un mercato interno tra noi e gli Stati Uniti le cui regole, caratteristiche e priorità non verranno più determinate dai nostri Governi e sistemi democratici, ma modellate da organismi tecnici sovranazionali sulle esigenze dei grandi gruppi transnazionali. I soliti “tecnici” che “rubano” il potere alla politica Infatti. Il Trattato prevede l’introduzione di due organismi tecnici potenzialmente molto potenti e fuori da ogni controllo da parte degli Stati e quindi dei cittadini. Il primo, un meccanismo di protezione degli investimenti (Investor-State Dispute Settlement – ISDS), consentirebbe alle imprese italiane o USA di citare gli opposti governi qualora democraticamente introducessero normative, anche importanti per i propri cittadini, che ledessero i loro interessi passati, presenti e futuri. Le aziende citerebbero gli Stati in tribunale Non solo; le vertenze non verrebbero giudicate da tribunali ordinari che ragionano in virtù di tutta la normativa vigente, come è già possibile oggi, ma da un consesso riservato di avvocati commerciali superspecializzati che giudicherebbero solo sulla base del trattato stesso se uno Stato – magari introducendo una regola a salvaguardia del clima, o della salute – sta creando un danno a un’impresa. Se venisse trovato colpevole, quello stato o comune, o regione, potrebbe essere costretto a ritirare il provvedimento o ad indennizzare l’impresa. Pensiamo ad un caso come quello dell’Ilva a Taranto, o della diossina a Seveso, e l’ingiustizia è servita. Una giustizia “privatizzata”, insomma Non è l’unica questione. Un altro organismo di cui viene prevista l’introduzione è il Regulatory Cooperation Council: un organo dove esperti nominati della Commissione UE e del ministero USA competente valuterebbero l’impatto commerciale di ogni marchio, regola, etichetta, ma anche contratto di lavoro o standard di sicurezza operativi a livello nazionale, federale o europeo. A sua discrezione sarebbero ascoltati imprese, sindacati e società civile. A sua discrezione sarebbe valutato il rapporto costi/benefici di ogni misura e il livello di conciliazione e uniformità tra USA e UE da raggiungere, e quindi la loro effettiva introduzione o mantenimento. Un’assurdità antidemocratica che va bloccata, a mio avviso, il prima possibile. Per chi è allora vantaggioso il TTIP? Il ministero per lo Sviluppo economico ha commissionato a Prometeia s.p.a. una prima valutazione d’impatto mirata all’Italia, alla base di molte notizie di stampa e interrogazioni parlamentari. Scorrendo dati e previsioni apprendiamo che i primi benefici delle liberalizzazioni si manifesterebbero nell’arco di tre anni dall’entrata in vigore dell’accordo: il 2018, al più presto. Il TTIP porterebbe, entro i tre anni considerati, da un guadagno pari a zero in uno scenario cauto, ad uno +0,5% di PIL in uno scenario ottimistico: 5,6 miliardi di euro e 30mila posti di lavoro grazie a un +5% dell’export per il sistema moda, la meccanica per trasporti, un po’ meno da cibi e bevande e da uno scarso +2% per prodotti petroliferi, prodotti per costruzioni, beni di consumo e agricoltura. L’Organizzazione mondiale del Commercio ci dice che le imprese italiane che esportano sono oltre 210mila, ma è la top ten che si porta a casa il 72% delle esportazioni nazionali (ICE – Sintesi Rapporto 2012-2013: “L’Italia nell’economia internazionale”). Secondo l’ICE, in tutto nel 2012 le esportazioni di beni e servizi dell’Italia sono cresciute in volume del 2,3%, leggermente al di sotto del commercio mondiale. La loro incidenza sul PIL ha sfiorato il 30% in virtù dell’austerity e della crisi dei consumi che hanno depresso il prodotto interno. L’Italia è dunque riuscita a rosicchiare spazi di mercato internazionale contenendo i propri prezzi, senza generare domanda interna né nuova occupazione. Quindi prima di chiudere i conti potremmo trovarci invasi da prodotti USA a prezzi stracciati che porterebbero danni all’economia diffusa, e soprattutto all’occupazione, molto più ingenti di questi presunti guadagni per i soliti noti. Danni potenziali che né la ricerca condotta da Prometeia né il nostro Governo al momento hanno quantificato o tenuto in considerazione. È vero che, nonostante l’enorme importanza della questione, il Parlamento europeo non abbia accesso a tutte le informazioni sul modo in cui si svolgono gli incontri e sullo stato di avanzamento delle trattative? Il Parlamento europeo, dopo aver votato nel 2013 il mandato a negoziare esclusivo alla Commissione – come richiede il Trattato di Lisbona – potrà soltanto porre dei quesiti circostanziati, cui la Commissione può rispondere ma nel rispetto della riservatezza obbligatoria in tutti i negoziati commerciali bilaterali, sempre secondo il Trattato, e poi avrà diritto di voto finale “prendi o lascia”, quando il negoziato sarà completato. Nel frattempo non ha diritto né di accesso né di intervento sul testo. I Governi stessi dell’Unione, se vorranno avere visione delle proposte USA, dovranno – a quanto sembra al momento – accedere a sale di sola lettura approntate nelle ambasciate USA (non si capisce se in quelle di tutti gli Stati UE o solo a Bruxelles, e non potranno nemmeno prendere appunti o farne copia. Un assurdo, considerata la tecnicità e complessità dei testi negoziali. Quali effetti potrà produrre l’accordo se verrà approvato nella sua forma attuale? Tutti i settori di produzione e consumo come cibo, farmaci, energia, chimica, ma anche i nostri diritti connessi all’accesso a servizi essenziali di alto valore commerciale come la scuola, la sanità, l’acqua, previdenza e pensioni, sarebbero tutti esposti a ulteriori privatizzazioni e alla potenziale acquisizione da parte delle imprese e dei gruppi economico-finanziari più attrezzati, e dunque più competitivi. Senza pensare che misure protettive, come i contratti di lavoro, misure di salvaguardia o protezione sociale o ambientale, potrebbero essere spazzati via a patto di affidarsi allo studio legale giusto e ben accreditato. Il TTIP produrrà dei rischi per i cittadini? Tom Jenkins della Confederazione sindacale europea (ETUC), nell’incontro con la Commissione del 14 gennaio scorso, ha ricordato che gli Stati Uniti non hanno ratificato diverse convenzioni e impegni internazionali ILO e ONU in materia di diritti del lavoro, diritti umani e ambiente. Questo rende, ad esempio, il loro costo del lavoro più basso e il comportamento delle imprese nazionali più disinvolto e competitivo, in termini puramente economici, anche se più irresponsabile. A sorvegliare gli impatti ambientali e sociali del TTIP, ha rassicurato la Commissione, come nei più recenti accordi di liberalizzazione siglati dall’UE, ci sarà un apposito capitolo dedicato allo Sviluppo sostenibile che metterà in piedi un meccanismo di monitoraggio specifico, partecipato da sindacati e società civile d’ambo le regioni. È il primo caso del genere? O c’è qualche “antenato”? Un meccanismo simile è entrato in vigore da meno di un anno tra UE e Korea, con la quale l’Europa ha sottoscritto un trattato di liberalizzazione commerciale molto simile anche strutturalmente al TTIP, facendo finta di non ricordare che come gli USA la Korea si è sottratta a gran parte delle convenzioni ILO e ONU. Imprese, sindacati e ONG che fanno parte dell’analogo organo creato per monitorare la sostenibilità sociale e ambientale del trattato UE-Korea, hanno protestato con la Commissione affinché avvii una procedura di infrazione contro la Korea per comportamento antisindacale, e ancora aspettano una risposta (http://goo.gl/82OLmh). Perché do vremmo pensare che gli USA, molto più potenti e contrattualmente forti si dovrebbero piegare alle nostre esigenze, considerando che sono tra i pochi Paesi che non si sono mai piegati a impegni obbligatori a salvaguardia della salute, o dell’ambiente come il Protocollo di Kyoto appena archiviato anche grazie alla loro ferma opposizione? Il TTIP può produrre danni per la salute? Faccio un solo esempio, basato sulla storia. Nel 1988 l’UE ha vietato l’importazione di carni bovine trattate con certi ormoni della crescita cancerogeni. Per questo è stata obbligata a pagare a USA e Canada dal Tribunale delle dispute dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) oltre 250 milioni di dollari l’anno di sanzioni commerciali nonostante le evidenze scientifiche e le tante vittime. Solo nel 2013 la ritorsione è finita quando l’Europa si è impegnata ad acquistare dai due concorrenti carne di alta qualità fino a 48.200 tonnellate l’anno, alla faccia del libero commercio. Sarà una coincidenza, ma in un documento congiunto dell’ottobre 2012 BusinessEurope e US Chamber of Commerce, le due più potenti lobby d’impresa delle due sponde dell’oceano, avevano chiesto ai propri Governi proprio di avviare una “cooperazione sui meccanismi di regolazione”, che consentisse alle imprese di contribuire alla loro stessa stesura (http://goo.gl/HlqhTc). Esistono alternative al TTIP? A cosa potrebbero aspirare i cittadini del mondo afflitti dall’attuale crisi economica? Da molti anni non solo movimenti, associazioni, reti sindacali ma anche istituzioni internazionali come FAO e UNCTAD, le agenzie ONU che lavorano su Agricoltura, Commercio e Sviluppo, richiamano l’attenzione sul fatto che rafforzare i mercati locali, con programmazioni territoriali regionali e locali più attente basate su quanto ci resta delle risorse essenziali alla vita e quanti bisogni essenziali dobbiamo soddisfare per far vivere dignitosamente più abitanti della terra possibili, potrebbe aiutarci ad uscire dalla crisi economica, ambientale, ma soprattutto sociale che stiamo vivendo, prevedibilmente, da tanti anni. Stiamo facendo finta di niente, continuando a percorrere strade, come quella della iperliberalizzazione forzata stile TTIP, che fanno male non solo al pianeta e alle comunità umane, ma allo stesso commercio che è in contrazione dal 2009 e non si sta più espandendo. Da quando la piena occupazione europea e statunitense, che con redditi veri e capienti sosteneva produzione e consumi globali, sono diventate un miraggio, anche la crescita dei popolatissimi Paesi emergenti, che hanno fatto la propria fortuna grazie alla commercializzazione del loro capitale ambientale e umano a prezzi stracciati e ad alti costi ambientali e sociali, non è riuscita più a sostenere il paradigma della crescita infinita che si è rivelato per quello che era: falso e insensato. I poveri, che crescono a vista d’occhio e devono lavorare oltre le 10 ore al giorno per un pugno di spiccioli, consumano prodotti poveri e sempre meno; i ricchi, che sono sempre più ricchi ma anche sempre meno, consumano tanto e malissimo, e non creano benessere diffuso. Abbiamo la grande opportunità di voltare pagina, e di tentare di dare a questo pianeta ancora un po’ di futuro, rimettendo al centro della politica i beni comuni e i diritti. Col TTIP, al contrario, ci chiuderemo le poche finestre di possibilità ancora aperte. Con la Campagna Stop TTIP, che raccoglie solo in Italia oltre 60 tra associazioni, sindacati, enti pubblici, cittadini e comunità, vogliamo fermare questa deriva e diffondere tutte le alternative possibili e più efficaci delle vecchie ricette fallimentari che continuiamo a subire.


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5 marzo 2015


Presa diretta rai3 .Sblocca Italia

23 febbraio 2015 Presa Diretta RAI 3: on line la trasmissione “sblocca Italia”. Un focus sugli effetti del petrolio in Basilicata E’ disponibile on line, già da questa mattina, la trasmissione”sblocca Italia” condotta da Iacona, andata in onda ieri sera, 22 Febbraio 2015 alle ore 21:45. Un ampio servizio è stato dedicato alla Basilicata con il supporto di Pietro Dommarco e con interventi di Felice Santarcangelo, Maurizio Bolognetti, Pietro Dommarco, Vito L’Erario, Albina Colella, Giambattista Mele ed interviste a cittadini, produttori agricoli e zootecnici della Val d’Agri e della Val Basento, con una Basilicata che il governo regionale vuole sacrificare in nome dell’industria del petrolio. Per poi spostarsi nel Mar di Sicilia ed a Priolo ed Augusta, devastati dalle attività petrolifere con le istituzioni regionali schierate a favore dello sfruttamento petrolifero del territorio e del mare. Nelle cifre delle estrazioni petrolifere non è contemplato il costo ambientale, quello umano, con pseudo errori che invece sono routine di una attività ad alto rischio, mentre parte del mondo accademico e degli scienzati italiani si schiera contro l’anacronistico “sblocca Italia” che frena l’innovazione e lo sviluppo in Italia. Per rivedere la puntata: ?http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-63cd53c1-7b8e-4042-ba4c-b456911cf2c3.html#p=0


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1 febbraio 2015


No Scorie Trisaia: Catrame, Berlinguer e le nuove illusioni sulle zone franche

15 gennaio 2015 Se le sono inventate tutte per sostenere lo sfruttamento petrolifero in Basilicata in questi ultimi 15 anni , con la comunicazione trita e ritrita dell’inutile messaggio catrame uguale sviluppo e ricchezza. IL risultato raggiunto in termini economici invece è stato l’opposto e la Regione Basilicata ha scalato in negativo tutte le statistiche Svimez e Istat in termini di emigrazione, povertà disoccupazione .Pittella esaurite le battute calcistiche e il monologo sul petrolio ora resta in silenzio. Il governatore della Basilicata manda in giro il suo numero due, l’assessore Berlinguer a recuperare l’ormai persa credibilità politica nei confronti dei lucani nei comuni della Regione . Continua a farlo nel peggiore modo possibile e perseguendo sempre lo stesso fine ,quello dello sviluppo petrolifero fatto con le promesse di leggi sulle riduzioni delle accise sugli idrocarburi con le zone franche . Lo fa poi nei comuni dove insistono progetti di ricerca petrolifera . Siamo passati dal miraggio delle royalites, alle card carburanti, all’ires e dulcis in fondo ora all’ennesima illusione della riduzione delle accise sugli idrocarburi. Ma di concreto non c’e’ nulla , soprattutto perché ricordiamo ai lettori che è tutto legato al prezzo del barile ,che è in caduta libera e che nemmeno l’Opec può più controllare . Per Noscorie le zone franche sono l’ ennesima illusione propagandata sui territori dove si vorrebbe estrarre greggio , per il semplice motivo che per ottenere legalmente le zone franche occorrono leggi e pareri della comunità euopea (lo dice lo stesso progetto redatto da Berlinguer). Un pò come dire che in tutti questi anni con il ministero dello sviluppo economico e con la stessa comunità europea si è pensato ad altro e ci si è lasciati sfuggire questa occasione. Con quale credibilità politica si propone ora l’opzione zone franche dopo le lunghe trattative che lo stesso Pittella ha avuto con il ministero dello sviluppo economico e con la stessa ministra Guidi ?per poi ottenere i risultati del decreto Sblocca Italia? O peggio ancora la considerazione che lo stesso Renzi ha avuto della Basilicata e degli stessi elettori lucani? . A voler creare zone franche sulle tasse ci si poteva pensare anche prima, senza necessariamente concentrarsi proprio sugli idrocarburi. Ci sono decine di settori che potrebbero essere incentivati proprio nella produzione tipica dei territori, quale potrebbe essere l’agroalimentare. Berlinguer farebbe meglio a guardarsi la storia politica della sua regione dove le zone franche sono state proposte da oltre 6 anni per defiscalizzare i territori per tante altre attività produttive e peculiarità territoriali , e che non erano sfruttati da ricerche petrolifere come lo è per la Basilciata, Berlinguer guardi per esempio il caso proposto per Massa Carrara o di altre località italiane dove le zone franche essitono realmente senza necessariemente promuovere le accise sugli idrocarburi : http://www.toscanaoggi.it/Toscana/ECONOMIA-ZONE-FRANCHE-URBANE-PRESTO-DEFISCALIZZATO-IL-TERRITORIO-DI-MASSA-CARRARA http://www.fiscaleweb.com/2013/02/27/zone-franche-ecco-dove-sono-anche-in-italia/


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1 gennaio 2015


No Scorie Trisaia: generazioni e auguri equo-sostenibili

31 dicembre 2014

 

Chiudiamo il 2014 nel segno dello scontro sociale cittadini – istituzioni su materie come il petrolio che potrebbero interessare il futuro di almeno altre tre generazioni in Basilicata. Lo scontro non è più verbale, di piazza, ma si sta trasformando in ormai in un discorso culturale e generazionale.

A livello politico le recenti votazioni politiche in Basilicata dove ha votato circa il 40% degli elettori hanno dimostrato che non c’è più fiducia nell’opera delle istituzioni. Le ultime amministrative in Calabria e soprattutto in Emilia Romagna segnalano che la percentuale dei votanti continua a decrescere notevolmente.

La scelta del fossile e delle false riforme di Renzi interesseranno pochissimi individui in Italia e null’altro, al pari del petrolio in Basilicata. Petrolio che porterà ulteriore impoverimento in Basilicata , in quanto attività altamente impattante , incompatibile ed insostenibile con acqua, ambiente e d economie locali. E sono proprio le nuove generazioni che non vedendo futuro si tanno ribellando alla speculazione sui territori che ha già impoverito una generazione e rischia di fare terreno bruciato per le future .Nelle scelte politiche non c’è sostenibilità di alcun tipo: ambientale , economica, ma soprattutto sociale verso le nuove generazioni

Alle masse si chiede di pagare la crisi con sacrifici e rinunce, aumentando le tasse e diminuendo i servizi. In uno stato che pensa di pagare i dediti dell’Europa con le politiche di austerità, mentre i tessuti produttivi che possono invece fare sviluppo sono abbandonati a se stessi.

Gli ultimi pezzi di terra e di mare che sono rimasti intatti in Basilicata da speculazioni inustriali costituiscono la base per una economia equa-sostenibile e di sviluppo per le future generazioni ,prima che la speculazione politica distrugga anche il nome di Basilicata . Basilicata già scomparsa vergognosamente nell’idea di macroregione che penosamente è stata fatta da chi dice di rappresentare la Basilicata.

Il 2015 sarà un anno di sicuro interesse per il riscatto sociale di quei cittadini che credono ancora nel valore di questa terra o di questa nazione. Vogliamo ringraziare tutta la carta stampata, le tv, le radio, i blog e i siti web che hanno diffuso la nostra informazione sociale . A voi tutti un sincero Augurio di Buon 2015. [No Scorie Trisaia]


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1 gennaio 2015


No Scorie: Petrolio, il trucco dell’Ires a termine e la card dei poveri

29 dicembre 2014

 

MAPPE PETROLIFERE TERRA E MAREChe il petrolio non convegna alla Basilicata e faccia male alle economie locali e alla salute dei lucani è stato certificato dai dati Istat, Svimez, Ircss Crob proprio nelle zone estrattive del petrolio, ossia nella Val d’Agri. I prodotti non si vendono più e le aziende chiudono, i turisti vanno altrove mentre resta un incremento delle malattie respiratorie e di altri mali peggiori. Sulle risposte esaustive ancora non pervenute della regione Basilicata sull’inquinamento del Pertusillo, della diga di Marsico e sui reflui petroliferi radioattivi per il momento soprassediamo.

Nel registrare le ultime dichiarazioni del parlamentare Speranza facciamo notare che :

Il parlamentare PD Speranza pensa ai capitali di cui ha bisogno il petrolio ,mentre dimentica che è proprio grazie ai fondi Bei e Cipe che sono partiti il progetto Val d’Agri e il progetto Tempa Rossa. Al pari il parlamentare dimostra di non conoscere i capitali che si sono persi in val d’Agri dopo i copiosi investimenti fatti nelle economie locali negli ultimi decenni proprio su agricoltura e turismo, che ora subiscono l’impatto ambientale delle estrazioni petrolifere .

-L’Ires (in termini del 30%) su nuove estrazioni con il tetto degli ottantamila barili ,ci ricorda tanto le franchigie sulle estrazioni petrolifere che non fanno scattare le royalites , (vedi quantitativi Unmig),

.Tagliando in termini di estensione territoriale e produzione le rispettive concessioni petrolifere, le royalites (le più basse del mondo) non scattano. Fenomeno di cui è succube ad esempio il comune di Pisticci dove insistono 4 concessioni e si superano abbondantemente le franchigie , con il risultato che il comune percepisce spiccioli (negli ultimi anni 2.500 e 7.500 euro).

-La news di Speranza sugli ottantamila barili e/o del tetto in termini di quantità dei barili che si vorrebbero estrarre sui quali scatterebbero benefici dall’IRES vanno inquadrati geograficamente passo-passo nelle nuove zone dove si vuole continuare a estrarre .Ossia posso estrarre mantenendo negli anni sempre le stesse quantità di Barili ma in diverse concessioni. Ad esempio esaurito il quantitativo val d’Agri cercherei di trivellare altre zone come il Vulture (facendo altri danni perché il petrolio è insostenibile e incompatibile con acqua ed economie locali) mentre mantengo sempre la stessa quota di barili, con il risultato di avere un ritorno economico dall’Ires (sulla quota del 30%) dei petrolieri tagliata in funzione del tempo e delle aree trivellate.

In poche parole anche questo introito economico dell’ Ires sarebbe controllabile ed essere molto limitato ,quindi si potrebbe rivelare un ulteriore specchio per le allodole e una ulteriore presa in giro per i lucani sulla falsa riga delle franchigie .Le compagnie in effetti estraggono solo finché guadagnano ed hanno i loro tempi condizionati dal prezzo del barile (allo stesso modo di come sono condizionare le royalites) . Per cui le estrazioni potrebbero durare decenni, non a caso il titolo concessorio unico previsto dallo Sblocca Italia ha una durata trentennale con possibilità di rinnovo .

-Speranza non parla in termini economici di petrolio a termine e che le stesse royalites e benefici dell’Ires sono a termine , mentre le tasse che pagano i cittadini lucani con le economie locali non sono termine e potrebbero fruttare molto di più a un governo e una regione attenta ai suoi bilanci .Senza contare i danni all’ambiente e alla salute che comunque ricadono sempre sulla collettività e sempre sullo stesso bilancio del governo (Iva docet) . E i cittadini di serie L (come sono considerati i lucani) dovrebbero avere diritto a treni e servizi al pari degli altri cittadini italiani senza essere distrutti dal catrame per avere qualche servizio in più, proprio perché pagano le tasse come tutti gli altri .

Alla fine della storia, o meglio delle trivellazioni, in tutta la regione ci ritroveremo una regione di poveri. Regione già non più identificabile come realtà territoriale dalle macroregioni esaltate dallo stesso Pittella che cancellerebbero il nome di Basilicata.

.Speranza alla fine esalta l’ultima misura dei benefici del catrame ,ossia la card della povertà (ex carta idrocarburi) per gestire gli ultimi (e poveri) rimasti in una regione dove saranno distrutte le economie locali e le rispettive fonti di reddito. La carta dei poveri si potrebbe rilevare l’ultima misura clientelare in un percorso di liquidazione sociale ed economica di una regione che un tempo si chiamava Basilicata .


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1 gennaio 2015


No Scorie: la Basilicata dice no al fossile ed all’era del catrame

3 dicembre 2014

 

Noscorie Trisaia sarà presente il 4 dic a Potenza alla manifestazione di cittadini e associazioni contro il petrolio in Basilicata e per l’impugnazione dello Sblocca Italia contro le trivelle, gli inceneritori facili e soprattutto contro scelte imposte dall’alto che pregiudicano le volontà popolari di decidere il futuro del proprio territorio. Che le politiche legate al petrolio erano sbagliate e deleterie per la Basilicata lo abbiamo affermato dal lontano 2007, quando iniziammo le prime campagne di comunicazione cittadine nella fascia jonica. Il risultato delle battaglie portate avanti da cittadini e associazioni con gli strumenti della democrazia in questi anni è bene evidente: parte della terra e soprattutto del mare della Basilicata è ancora libero da trivelle, i danni delle politiche petrolifere li tracciano invece l’Istat e lo Svimez.

http://www.olambientalista.it/?p=35659

Ora è tutta la Basilicata a chiedere di mettere fine al discorso del fossile e delle politiche fossili, che imbrigliano un enorme patrimonio economico, naturalistico, archeologico, acquifero in politiche fossili e distruttive che portano solo a povertà e inquinamento.

Sono ben 59 comuni che hanno chiesto al presidente della Regione Basilicata di impugnare l’incostituzionale decreto ora legge Sblocca Italia (altri se ne aggiungeranno nel calendario dei consigli comunali), manca all’appello parte dei comuni che si trovano nelle aree protette dei parchi (in quanto pensano di essere immuni da tale decreto –ora legge). Un plebiscito delle massime assise comunali della Basilicata che chiedono di dire basta al petrolio e alle politiche fossili in questo splendida regione.

http://www.olambientalista.it/?p=35029

E’ ora che Pittella e i consiglieri regionali rispettino la volontà popolare che non ha astenuti come nelle urne:

-impugnino il decreto-legge Sblocca Italia,

-Boccino tutte le nuove Valutazione d’Impatto Ambientale pervenute alla Regione Basilicata su nuove estrazioni .

-Avviino un programma di tutela degli interessi economici, ambientali ,sulla salute in merito alle estrazioni in atto, applicando il principio di precauzione per evitare altri danni di natura economica-ambientale alle popolazioni e al tessuto produttivo lucano.


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1 gennaio 2015


Catrame: il fallimento economico e sociale della Val d’Agri

1 dicembre 2014

 

Pertusillo=Delta del Niger[di No Scorie Trisaia] Un politico, un amministratore e anche un sindacalista dovrebbe saper leggere, scrivere e tirar di conto per il bene comune, che conosca la storia forse sarebbe pretendere tanto, ma almeno che conoscesse le sue origini…

Con tali capacità potremmo fidarci dellìopera dell’eletto del popolo ? noi pensiamo di si. Avevamo già parlato dei numeri primi del catrame lucano, al secolo il modello di sviluppo perseguito negli ultimi 15 anni da governo e opposizione della Basilicata, nonchè da parte del sindacato.

Nella terra Pitagora dove le 4 operazioni delle tabelle pitagoriche videro la luce nel 600 a.C. prima dei teoremi, non è difficile tirare le somme, quando soprattutto ci viene in aiuto l’Istituto Superiore di Statistica e altri enti istituzionali come lo Svimez.

Secondo i dati Istat: in dieci anni dal 2000 al 2010 in Val d’Agri hanno chiuso il 59,38 % delle aziende agricole contro il 31% che ha chiuso in Basilicata per colpa di politiche agricole sbagliate e della crisi (nonchè di una politica miope basata sul petrolio dimenticatosi in egual misura di sviluppare le economie esistenti).

In Val d’Agi una terra fertile e ricca di acqua: Le aziende che hanno chiuso in Val d’Agri sono solo per la frutticoltura, olivicoltura, viticoltura (ricordiamo le mele della val d’Agri) 1837 , lasciamo alle tabelline pitagoriche il numero di occupati e l’indotto sviluppato . Parliamo di migliaia di posti di lavoro andati in fumo che esistevano e che non erano a termine contro le poche centinaia di unità lavorative occupati nelle attività estrattive del greggio e che termineranno nel breve periodo. Nel settore del biologico dal 2005 a oggi in Val d’Agri le aziende sono passate da 92 a 13. Nel complesso le aziende che hanno subito le chiusure maggiori sono state quelle dell’allevamento (ricordiamoci del pecorino di Moliterno), il 75% del totale.

Sul discorso turistico in Val d’Agri Secondo i dati APT: Dal 2013 al 2012 si sono persi circa il 10,20% di arrivi nelle strutture ricettive della Val d’Agri. Circa il 25% dal 2011 al 2013 (cumulando i due anni), altro che turismo e progetti regionali di cultura legati ai pozzi petroliferi. Per una questione di cumulabilità vanno sommati ai posti di lavoro e al prodotto interno lordo valligiano perso in dieci anni i milioni di euro investiti negli anni per sostenere le imprese agricole e turistiche, che ora non hanno futuro .

Lo Svimez è inoltre impietoso con la Basilicata sulle classifiche di disoccupazione giovanile, povertà ed emigrazione. L’Istat nel 2011 ha definito la Basilicata regione più povera d’Italia, mentre per l’Ue era considerata regione ricca per colpa del PIL petrolifero. La regione ha perso per essere considerata “regione ricca” ogni anno finanziamenti Ue pari a circa 320 milioni di euro contro le “lenticchie” delle royalites di circa 120 milioni bloccate e non spendibili totalmente dai patti di stabilità.

L’inquinamento causato dalle estrazioni petrolifere dovrebbero accertarlo le autorità sanitarie ,fatto sta invece che in Val d’Agri già per la presenza della attività estrattive i prodotti non si vendono più come una volta. Dovremmo poi parlare di idrocarburi e metalli pesanti nelle acque del Pertusillo, di idrocarburi nella diga di Marsico, nel fiume Basento e delle acque anomale di Montemurro vicino ai pozzi di reinezione su cui le autorità devono dare risposte esaurienti.

Degli otto barili di acqua consumati per un barile di petrolio per una base di consumo di acqua enorme su 104 .000 barili estratti al giorno, un utilizzo sfrenato di una risorsa del territorio che invece sostiene direttamente le economie locali e interregionali. Delle circa 3000 tonn/giorno di rifiuti prodotti dalla filiera petrolifera ,di cui una parte dopo le vicende della radioattività dei reflui radioattivi in val Basento non sappiamo dove siano smaltiti. Del semplice fatto che il petrolio sostenibile o tecnologicamente sostenibile non esiste , considerato il fatto che produce rifiuti in maniera esponenziale e consuma acqua ,rifiuti che dovranno sorbirsi negli anni le comunità locali nelle rispettive discariche.

Dell’argomento radioattività dei reflui petroliferi che non è stato opportunamente trattato nelle Valutazioni di Impatto Ambientale dagli uffici regionali e ministeriali che interessa lavoratori, popolazioni e ambiente. Dell’idrogeno solforato immesso in atmosfera( max 25 ppm) da raffinerie e centri oli secondo la normativa , superiore a 5000 volte i limiti consigliati dall’Oms (0,005 ppm) e di quelle nuove tecnologie di cui parla l’esponente sindacale Landini che attualmente non esistono in Basilicata per abbattere questi limiti di emissione secondo l’Oms.

Delle nuove malattie respiratorie che affliggono la Val d’Agri ,dei costi sanitari indotti. Del valore inestimabile dell’acqua che fa vivere e progredire la Bailicata e la Puglia per il potabile, “l’allevamento”, l’agricoltura e sopra tutto per l’industria, e che va protetta in quanto vera risorsa strategica nazionale .Se c’è qualcuno che pensa il contrario possiamo tranquillamente affermare che la matematica non è una opinione e siamo pronti a confrontarci.

Il sindacato: anche Landini è invitato a confrontarsi con la Basilicata prima di parlare di petrolio a favore della Confindustria del petrolio o di quella dei rifiuti. Invitiamo Landini a venire in Basilicata per farsi una cultura in tema di tecnologie applicate e dell’impatto ambientale sulle economie locali, ma soprattutto su quei famosi posti di lavoro di cui parla il sindacato che avevamo e che ora numeri alla mano si sono persi nel famoso contesto di sottosviluppo praticato in Basilicata dalle Istituzioni in questi anni. [No Scorie Trisaia]


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1 gennaio 2015


Reflui petroliferi radioattivi: le istituzioni applichino il principio di precauzione

20 novembre 2014

 

Interviene con un comunicato No Scorie Trisaia sui reflui petroliferi radioattivi: “alla luce di quanto emerso dalle analisi sulla radioattività sui reflui petroliferi delle autobotti provenienti dal Cova di Viggiano, richieste dal comune di Pisticci ed eseguite dall’Arpab – scrive No Scorie Trisaia – esprimiamo forte preoccupazione per la salute dei cittadini, la tutela dell’ambiente e delle economie locali del territorio. [Fonte]

Sono oltre 10 anni che ci preoccupiamo di seguire quanto accade nell’Itrec della Trisaia in merito a piccoli incidenti o malfunzionamenti collegati al pericolo radioattività che hanno destato allarme e preoccupazione nelle popolazioni .Restiamo allibiti di fronte al fatto che potenziali radionuclidi presenti nei reflui e rifiuti petroliferi potrebbero essere scaricati nell’ambiente solo perché le istituzioni non si sono imposte regole, norme imparziali e controlli pubblici su una materia cosi delicata come la radioattività, allo stesso modo di come avviene per gli impianti nucleari che gestiscono rifiuti nucleari . Nel sottosuolo sono presenti gli elementi naturali radioattivi legati alla catena dell’uranio 238, parliamo di Radio, Bismuto, Piombo etc. Questi elementi posti a grosse profondità resterebbero nelle viscere della terra senza alcun pericolo se non fosse che sono riportati in superfice a causa dell’estrazione petrolifera che fa uso di grandi quantità di acqua (8 barili di acqua per un barile di petrolio). Molti di questi elementi, in particolare il radio sono solubili in acqua e quindi facilmente veicolabili nell’ambiente e nella catena alimentare .

Ci colpisce che le istituzioni dimenticano il bene comune collegato alla tutela del benessere delle popolazioni e autorizza impianti e ad attività petrolifere senza aver fatto studi scientifici imparziali e non di parte sulla pericolosità di tali radionuclidi collegati al ciclo della filiera petrolifera dei rifiuti. La situazione attuale mostra che non esiste nessun iter di monitoraggio e controllo pubblico uguale a quello che c’è presso i centri nucleari (controllore e controllato).Ne dati pubblici sulla questione rifiuti petroliferi-radionuclidi. Nessuna analisi pubblica sulle matrici ambientali (aria, acqua, sedimenti, terreno) e alimentari (frutta, verdura, pesci, allevamento, uova, ecc) nelle aree degli impianti concernenti la presenza di probabili radionuclidi nella filiera dei rifiuti petroliferi. .Per non parlare poi di un eventuale screening sanitario sulla salute delle popolazioni.

Siamo molto preoccupati per le enormi quantità di rifiuti petroliferi prodotti che sono trattati in Basilicata e per il loro potenziale contenuto radioattivo che potrebbe entrare nella catena alimentare e nel ciclo delle acque. Per chiarire le idee per ogni barile di greggio si consumano 8 barili di acqua e si producono secondo l’Api (American Petroelum Institute) circa 37 Kg di rifiuti liquidi e solidi per barile. Se moltiplichiamo la cifra di 37 Kg/barile per circa 104.000 barili al giorno prodotti in Basilicata, otteniamo un valore di circa 3.800 tonn/giorno di rifiuti.(una cifra enorme, salvo dati comunicati dagli esercenti ). Alla luce di questa enorme quantità di rifiuti che potenzialmente potrebbero contenere radionuclidi (vedi controlli Arpab su cisterne a Pisticci) e di tutto quello che è stato prodotto e trattato da diversi anni chiediamo alle istituzioni: 1)quale sarebbe il potenziale accumulo di radionuclidi che abbiamo nei corsi d’acqua, nelle falde , nei sedimenti dei fiumi e negli impianti industriali nel tempo ? 2).

Che cosa entrerebbe nel ciclo della catena alimentare? 3)Cosa finirebbe nell’organismo umano? Ricordiamo che la radioattività “alfa” può essere inalata o ingerita tramite la catena alimentare. Negli impianti nucleari che trattano elementi radioattivi per tutelare l’ambiente e la salute delle popolazioni utilizzano una formula di scarico al fine di evitare che le dosi assorbite dalle popolazioni siano inferiori ai 1 mSv/anno.secondo secondo quanto previsto dal D.lgs. 230/95 e succ.modif., .Togliere i radionuclidi dalle acque e dai rifiuti è un processo costosissimo ,in Basilicata gli unici ora che noi conosciamo (salvo smentite) che tolgono radioattività dalle acque sono gli operatori della Sogin ,che trattano poche quantità di acqua radioattiva prima di immetterla nell’ambiente e nel mar jonio attraverso un processo delicato e costosissimo.

Le compagnie petrolifere conoscono da tempo il problema della radioattività naturale indotta nei rifiuti petroliferi , ma dell’argomento non abbiamo troviamo traccia significativa nelle Valutazioni d’impatto ambientale che generalmente transitano dalla Regione Basilicata e dal Ministero dell’Ambiente, cui le associazioni e i comuni hanno presentato le proprie osservazioni. Nell’America settentrionale il problema è esploso in questi anni. [Fonte]

Chiediamo pertanto ai Sindaci di Pisticci, Ferrandina, Bernalda, Viggiano, Marsico, Grumento Nova, dei comuni petrolizzati, al presidente della provincia di Matera e Potenza ,al presidente della regione Basilicata Pittella di: 1) applicare il principio di precauzione al fine di tutelare la salute delle popolazione, l’ambiente e le economie locali collegate, quindi di sospendere le attività petrolifere che producono rifiuti con potenziali radionuclidi in attesa che studi scientifici, analisi, monitoraggi imparziali e non di parte escludano rischi per le popolazioni e l’ambiente. Chiediamo inoltre che sia coinvolta oltre all’Ispra anche l’istituto superiore della sanità.

Il sindaco è autorità sanitaria locale chiamata ad esercitare poteri-doveri di controllo a tutela della salute pubblica anche in caso di persistente inerzia dei componenti organismi regionali.

Già in passato Med No Triv chiesto ai sindaci di applicare il principio di precauzione protocollando atti formali. Questa volta però ricordiamo ai sindaci che la legge e recenti sentenze dei tribunali amministrativi, sono molto chiari nell’individuare un preciso obbligo a carico dell’Amministrazione intimata, di provvedere espressamente sull’istanza del comitato. Il comitato Med No Triv protocollerà a giorni ulteriore richiesta ai sindaci ,al presidente della provincia di Matera e Potenza e a quello della regione Basilicata, di adottare ogni iniziativa utile per la tutela dell’ambiente e soprattutto della salute pubblica. [No Scorie Trisaia]

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